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La scomparsa di Denise Pipitone

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La scomparsa di Denise Pipitone


Un attimo prima giocava davanti a casa. Un istante dopo non c'era più. Inizia così la vicenda della piccola Pipitone, 4 anni, sparita nel nulla e senza testimoni a Mazara del Vallo il 1° settembre di sei anni fa.


La mattina del 1° settembre 2004, Denise Pipitone, una bambina di quattro anni, scompare all'improvviso mentre stava giocando davanti la sua casa di Mazara del Vallo, in provincia di Trapani. Ci vuole un niente e la bimba svanisce tra la via La Bruna e la via Castagnola. Nessun testimone, solo un cuginetto racconta alla nonna e alla zia di aver visto Denise fino a pochi istanti prima della scomparsa. Nessuno ha notato nulla e mai nessuno si è fatto vivo. Iniziano gli appelli disperati della madre di Denise, Piera Maggio, che nei successivi sei anni girerà l'Italia accorrendo ovunque ci fosse la notizia (sempre infondata) dell'avvistamento della bambina.
Il personaggio di Piera Maggio è drammatico e inquietante per questa sua ricerca ininterrotta della figlia quando forse lei stessa può essere a conoscenza di altro ancora.

Nelle prime ore dopo la sparizione, l'allora Procuratore capo di Marsala, Silvio Sciuto, è ottimista: "La bambina è viva e si trova in città" dice davanti a telecamere e giornalisti. La pista privilegiata è quella di una vendetta privata, maturata nell'ambito familiare, fatto di contrasti e gelosie tra la nuova e la vecchia famiglia del padre di Denise. Già, perchè il padre della piccola non è il marito di Piera Maggio, Tony Pipitone, ma Piero Pulizzi, un uomo con il quale anni prima la donna aveva avuto una relazione sentimentale. Un uomo che ha già una figlia, Jessica, che in seguito finirà al centro delle indagini come maggiore indiziata per la scomparsa di Denise.
Per tutto il mese di settembre 2004, Mazara del Vallo è passata al setaccio. Polizia, carabinieri, reparti speciali e unità cinofile percorrono strade, fiumi, grotte, pozzi, anfratti. Della piccola, però, non c'è traccia. E tutta l'Italia si mobilita per il piccolo angelo di quattro anni: le segnalazioni si moltiplicano.

Nell'ottobre del 2004, le indagini sembrano imboccare la pista giusta. Una speranza arriva da un filmino girato con un cellulare da una guardia giurata davanti a una banca di Milano. Nei pochi fotogrammi compare una bambina, in compagnia di una donna rom. Quelle immagini fanno il giro dell'Italia, rimbalzando da una tv all'altra. Mamma Piera giura: "E' lei, Denise". Gli investigatori, però, sono cauti.
Le segnalazioni si susseguono: la bambina è vista a Cremona, a Verona, a Bologna. Poi, fuori dai confini italiani. Ma gli accertamenti danno ogni volta esito negativo: quelle bambine non sono Denise Pipitone.

Come dicevo, però, rimane Piera Maggio il centro di tutta la vicenda, lo snodo principale. Infatti, la pista della vendetta familiare trova nuovo impulso.

Jessica Pulizzi, la sorellastra di Denise, viene iscritta nel registro degli indagati. Per gli investigatori avrebbe un ruolo nel sequestro della bambina. A tradirla sarebbe stata una frase, pronunciata in dialetto, mentre aspettava di essere sentita in Questura pochi giorni dopo la scomparsa della bambina e registrata da alcune cimici. "Io a casa cià purtai" (io a casa gli e la portai), dice Jessica alla madre che la interroga su dove fosse stata quel maledetto primo settembre. Il racconto di Jessica non convince gli investigatori, soprattutto perchè il tabulato telefonico smentisce le sue dichiarazioni.

L'allora 17enne, nelle ore in cui Denise spariva nel nulla, si trovava proprio nella stessa zona del sequestro. A confermarlo ci sarebbero i segnali lasciati dal suo cellulare. Il 22 settembre, Jessica fornisce una nuova versione, ma ancora una volta il suo alibi frana, smentito da alcuni testimoni. Da quel momento, Jessica deciderà di avvalersi della facoltà di non rispondere anche se si dichiarerà sempre estranea al sequestro. Una scelta che Piera Maggio condanna senza mezzi termini: "Una persona innocente risponde. Come si può rimanere in silenzio di fronte al dramma di una mamma e della sua bambina?".

Per gli investigatori, nella vicenda della scomparsa della piccola, probabilmente si possono individuare due fasi: una prima che ha visto il coinvolgimento di Jessica Pulizzi e una seconda in cui la piccola potrebbe essere stata affidata a terze persone, che la sorellastra di Denise conosceva.

E' il 2007, quando le "verità" di
Giuseppe D'Assaro, gettano nello sconforto l'Italia intera. Il sedicente collaboratore si autoaccusa di aver gettato in mare il corpo senza vita della piccola. Ma nelle sue agghiaccianti rivelazioni, l'uomo tira in ballo anche Rosalba Pulizzi, zia di Denise e sua ex moglie, sostenendo che dopo il rapimento la donna avrebbe portato la bambina nell'abitazione della figlia Giovanna e del genero Antonino Cinà, a Palermo. Lì la bimba sarebbe morta stroncata da una dose massiccia di tranquillanti. Rosalba Pulizzi e Giovanna D'Assaro negano. "E' un pazzo" dicono. "Nei confronti del mio ex marito" aggiunge Rosalba Pulizzi "provo rabbia e ribrezzo perchè è un assassino, un pazzo. Io non potrei mai far del male ad una bambina perchè sono una mamma".
Per gli investigatori, D'Assaro ha una scarsa attendibilità. Anche Piera Maggio respinge l'ipotesi della morte. Con forza. "Mia figlia è viva, ne sono certa. E' un legame, il mio, che mi permette di andare avanti e di credere: so che lei è ancora su questa terra, ho dei segnali. D'Assaro è una persona malata, che forse aveva appreso qualcosa e ci ha costruito sopra le sue dichiarazioni farneticanti".

In questi lunghi sei anni, mamma Piera non si è mai arresa. Ha creato un sito, www.cerchiamodenise.it, si è spesa per far riconoscere la specificità del reato di sequestro di minori e per sensibilizzare l'opinione pubblica sul dramma di tante mamme a cui, proprio come lei, è stato strappato all'improvviso "un pezzo di vita e di cuore". "Non c'è giustificazione, si deve essere dei mostri per prendersela con una bambina" dice ai giornalisti e investigatori. E con ostinazione ripete: "E' viva. Questa storia non è ancora finita".

Il 16 marzo 2010, si è aperto il processo a carico di Jessica Pulizzi per la scomparsa di Denise Pipitone. Secondo il Gup di Marsala, Lucia Fontana, ci sono indizi sufficienti per processare Jessica, figlia del padre naturale di Denise, Piero Pulizzi, e quindi sorellastra della piccola scomparsa. Jessica avrebbe agito per rancore e vendetta nei confronti del padre che aveva lasciato sua madre per la relazione sentimentale con Piera Maggio, da cui poi sarebbe nata Denise.

Il tribunale ha anche ammesso come parte civile, in quanto padre naturale della vittima, Piero Pulizzi, che è anche padre dell'imputata. "Voglio la verità a tutti i costi" ha detto l'uomo. "Non parlo con mia figlia Jessica da sei anni, dal giorno in cui si è avvalsa della facoltà di non rispondere davanti ai magistrati. Io quel giorno, ho perso una seconda figlia dopo Denise".

Il problema è che il numero di minori che scompare ogni anno in italia è rilevante, e solo una minima parte di loro viene ritrovata, e comunque le loro storie trovano una giustificazione e una conclusione.
Per il resto, rimane il grande dubbio, la grande angoscia e talvolta anche i grandi silenzi, perchè alla base di una scomparsa ci può essere e c'è qualche segreto inconfessato e inconfessabile.

Quello che ci auguriamo, pensando proprio a Piera Maggio, è che comunque la storia di Denise trovi una soluzione, e il fatto stesso che sia in corso il processo a Jessica sta a significare che il mistero di Denise nasce da una realtà che riguarda problemi interpersonali all'interno della famiglia di Piera Maggio.

Sono più di quelli che noi possiamo credere i minori oggetto di rivalse o di vendette trasversali con famiglie che si combattono l'un l'altra.

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Il silenzio degli imputati di Giancarlo de Cataldo


Si, è vero. L'aspetto più inquietante, forse anche più straziante, di questa vicenda è il silenzio. La disciplina del silenzio è minuziosamente regolamentata dal Codice di procedura penale. Vi si legge che il silenzio è una facoltà dell'imputato, un suo vero e proprio diritto, per essere precisi. Dal momento in cui qualcuno assume la veste di imputato, gli viene comunicato che ha facoltà di tacere, ma che, se parlerà, ciò che dovesse dire potrà essere usato contro di lui. Questo il sistema, che ricorda un pò, nei suoi aspetti scenici, la dichiarazione Miranda/Escobedo dei processi americani, immortalata in tanti film: hai diritto di restare in silenzio, se parli, tutto ciò che dici potrà essere usato contro di te... Bè, proprio uguali, il "nostro" silenzio e quello del processo penale di altri Paesi, non sono. In America, per esempio, il diritto di tacere che viene riconosciuto all'imputato è controbilanciato dall'obbligo di dire la verità in caso accetti di rispondere alle domande. Noi ragioniamo diversamente.

Diamo per scontato, dall'alto della nostra sapienza giuridica, che l'imputato, trovandosi in una particolarissima e poco augurabile condizione, dica qualche bugia. Anche più di una bugia. Per questo, rimettiamo al giudice la valutazione delle sue dichiarazioni. Come dire: sappiamo quanto valgono le tue parole, non ti condanneremo se menti perchè è un tuo diritto, ma consentici di nutrire almeno un pò di sana diffidenza.

Magari, il diritto al silenzio aveva un peso, diciamo così, necessario, quello dominato dall'accusa e con le garanzie ridotte al minimo. Nel nuovo processo accusatorio (nuovo per modo di dire, visto che da vent'anni è il nostro processo) suona un pò strano che all'imputato sia consentito di tacere, mentire, ritrarre senza andare incontro ad alcuna conseguenza. Eppure è così che stanno le cose: e se l'imputato accusa qualcun'altro, e poi a un certo punto decide di tirarsi indietro, le sue accuse non valgono più. A meno che l'accusato non decida di farle valere. E non sempre, anzi quasi mai, accade. Mi rendo conto che è difficile spiegarlo a chi a quel silenzio lega tante speranze e un così profondo dolore. Ma così stanno le cose: c'è una verità processuale, quella umanamente possibile, e spesso, viste le regole che ci siamo dati, imperfetta, e c'è la Verità. Che troppo spesso resta sconfinata, con la nostra benedizione, nel cuore dell'uomo.

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